2. La Grande guerra e la psichiatria italiana

L’enorme incidenza dei disturbi nervosi e mentali sui soldati che combattono al fronte fa sorgere da subito l’esigenza di predisporre uno specifico servizio neuropsichiatrico di guerra. Dai reparti psichiatrici presenti negli ospedali da campo, a due passi dalla trincea, i soldati che non rispondono alle prime cure vengono inviati con i treni sanitari nei presidi psichiatrici istituiti negli ospedali delle retrovie e talvolta anche nei manicomi.

Propositi di cura e di studio procedono di pari passo: la trincea si rivela per gli psichiatri uno straordinario laboratorio d’osservazione, un’esperienza clinica senza precedenti. I soldati che combattono al fronte presentano stati patologici non definibili attraverso i quadri diagnostici utilizzati fino a quel momento. La psichiatria italiana, orientata a individuare nelle cause organiche l’origine della follia, è costretta a prendere in considerazione il ruolo delle emozioni e l’ipotesi di un “trauma psichico”. Gli psichiatri parlano di una “strana malattia” che Arturo Morselli definisce una neuro-psicopatologia del tutto particolare. Possono le emozioni della battaglia e della vita di trincea causare la follia? Esiste, come si chiede Agostino Gemelli, una “pazzia di guerra”? Le riviste specialistiche, e in particolare la “Rivista di psicologia” diretta da Giulio Cesare Ferrari, direttore del Manicomio provinciale di Bologna in Imola, danno grande spazio al dibattito scientifico.

Agli psichiatri viene chiesto di rimandare velocemente al fronte i soldati recuperati, ma anche di distinguere tra i malati e i simulatori.