4. Militari in manicomio: perché si entra

Dagli ospedali da campo e dalle retrovie i soldati vengono trasferiti nei manicomi imolesi solo se “pericolosi per sé e per gli altri”, rispettando così i criteri della legge che dal 1904 regola l’internamento in manicomio (legge n. 36 del 14 febbraio 1904, Disposizioni sui manicomi e sugli alienati).

Ma quando un soldato viene considerato pericoloso per sé o per gli altri? Le cartelle cliniche parlano di un generico atteggiamento aggressivo, ma anche di minacce con armi verso compagni o superiori, di una pericolosità che mette a rischio l’incolumità degli altri e persino la propria. Sono questi i casi in cui i soldati non parlano, si rifiutano di mangiare, restano chiusi in un loro mondo, rendendosi a volte pericolosi anche per sé.

In generale e al di là della pericolosità, i militari che arrivano in manicomio presentano quasi tutti le stesse caratteristiche: risultano affetti da afasia o “mutacismo”, non rispondono agli stimoli esterni, sono in preda a terrore e spavento o sono vittime di allucinazioni visive e uditive (vedono nemici e cannoni, sentono i fischi dei proiettili), oppure, immobili nel loro stupore, “non possono volere più niente”. Tra i più gravi i catatonici: rimangono fermi per ore in atteggiamenti statuari, a occhi chiusi, assorti in se stessi, quando non danno luogo a violente crisi di agitazione.